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Home > Restauri > Restauro del Busto di Medusa di Gian Lorenzo Bernini

Gian Lorenzo Bernini, Busto di Medusa - Appartamento dei Conservatori, Sala delle Oche

Nell'ambito del progetto “FIT per l'Arte e la Cultura”, la Federazione Italiana Tabaccai & Logista Italia hanno finanziato il restauro del Busto di Medusa di Gian Lorenzo Bernini e della base settecentesca.
La scultura, dono del marchese Francesco Bichi, Conservatore del primo trimestre dell'anno 1731, è documentata per la prima volta negli Inventari del Palazzo dei Conservatori del 1734 nella Sala delle Oche, collocazione originaria che ha mantenuto fino ai nostri giorni.
Il restauro conservativo, diretto da Elena Bianca Di Gioia, è stato progettato e realizzato dai restauratori Tuccio Sante Guido e Giuseppe Mantella.
Le indagini multispettrali sono state eseguite da Maurizio Fabretti, quelle spettrofotometriche sono state curate da Costanza Miliani; la tecnica scultorea è stata indagata da Peter Rockwell; le elaborazioni grafiche sono state realizzate da Monica Cola, mentre la documentazione fotografica è stata eseguita da Andrea Jemolo.
L’intervento prevedeva le seguenti fasi:
- Indagini conoscitive non distruttive: indagini multispettrali (all'infrarosso e ultravioletti), indagini spettrofotometriche, documentazione e restituzione grafica con strumentazione ottica; documentazione fotografica.
- Studio delle tecniche di esecuzione della scultura con individuazione dei segni lasciati dai diversi strumenti utilizzati. Studio e individuazione della tecnica di finitura delle superfici alla luce delle più aggiornate metodologie applicate al restauro di sculture di Gian Lorenzo Bernini.
- Restauro delle superfici, preceduto da saggi di pulitura graduale supportati dall'applicazione localizzata delle indagini multispettrali.
Le principali novità emerse riguardano l’accurata rilevazione dello stato di conservazione della scultura e della sua tecnica di lavorazione.
I dati raccolti hanno offerto spunti di riflessione per tentare di chiarire alcuni aspetti della genesi e della storia conservativa dell’opera.
Le indagini multispettrali non distruttive, tese alla rilevazione dei diversi strati di patina presenti sulla superficie della scultura, sono state necessarie al fine di graduare l’intervento di pulitura e ridurre al minimo i rischi di rimozione della finitura originale.
I lavori, della durata di quattro mesi, sono stati ideati come cantiere aperto e hanno permesso ai visitatori di osservare direttamente il procedere degli interventi conservativi.
Per ulteriori informazioni collegarsi al sito www.tabaccai.it e www.logista.it.

Busto di Medusa - Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598-Roma 1680)
quarto - quinto decennio del Seicento
marmo di Carrara
misure: cm 50 x 41 x 38 circa
peduccio a rocchetto in portoro: h. cm 18, diam. cm 20.
Base settecentesca rivestita di marmi colorati: dal basso: bigio antico, marmo africano, imettio, giallo antico, verde antico, rosso di Caria, verde Alpi
sul fianco sinistro inciso sul marmo: stemma del Senato e Popolo Romano
sul fianco destro: stemma Bichi
sul lato frontale iscrizione incisa in lettere capitali:
“MEDUSAE IMAGO IN CLYPEIS/ ROMANORUM AD HOSTIUM / TERROREM OLIM INCISA/ NUNC CELEBERRIMI/ STATUARIJ GLORIA SPLENDET/ IN CAPITOLIO/ MUNUS MARCH:/ FRANCISCI BICHI CONS:/ MENSE MARTIJ/ ANNO D./ MDCCXXXI.”
“La testa di Medusa, in antico posta ad ornamento degli scudi dei romani per terrorizzare i nemici, oggi, gloria di un celeberrimo scultore, rifulge in Campidoglio dono del marchese Francesco Bichi, Conservatore nel mese di marzo dell'anno del Signore 1731”.
Provenienza: dono del marchese Francesco Bichi, Conservatore del primo trimestre dell'anno 1731. Il Busto di Medusa e la base sono documentati dal 1734 nella Sala delle Oche; inventario S/1166.
Nelle Metamorfosi, Ovidio narra che Medusa, la più bella e mortale delle Gorgoni, aveva il potere di pietrificare chiunque osasse incrociare il suo sguardo.
Sorpresa nel sonno, Perseo riuscì a troncarle la testa guardando l'immagine riflessa nello scudo di bronzo donatogli da Minerva.
L'eroe, dopo aver liberato Andromeda e sconfitto Fineo grazie all'intatto potere pietrificante della testa di Medusa, ne fece dono a Minerva che la pose ad ornamento della sua egida, e poi del suo scudo, come terribile arma per sconfiggere i nemici della ragione e sapienza, virtù da lei incarnate.
Di qui l'uso antichissimo, ripreso nel Rinascimento, di ornare gli scudi da battaglia e da parata con la Testa di Medusa come arma per terrorizzare i nemici, ma anche simbolo della virtù e saggezza di chi impugna lo scudo.
Bernini, scartando la raffigurazione della testa troncata di Medusa proposta dalla scultura classica, rinascimentale e manierista, magistralmente ripresa nell'ultimo decennio del Cinquecento a Roma da Caravaggio, nello scudo da parata dipinto per il cardinale Del Monte, poi donato al Granduca Ferdinando de' Medici e da Annibale Carracci, negli affreschi dipinti tra il 1598 e il 1601 nella Galleria del Palazzo Farnese, scolpisce un vero e proprio busto-ritratto di Medusa, vivente, fermata nel momento transitorio di una singolare "metamorfosi".
Il mito narrato da Ovidio, dove i bellissimi capelli biondi di Medusa vengono trasformati da Minerva in orride serpi come punizione per aver consumato un amplesso con Nettuno nel tempio delle divinità femminili di Fede e Verità, è rivisitato in modo assolutamente originale alla luce di alcuni versi poetici di Giovan Battista Marino.
In un noto madrigale tratto da La Galeria (1620, I,272), il poeta finge che sia una mirabile statua di Medusa a parlare: "(…) Non so se mi scolpì scarpel mortale, / o specchiando me stessa in chiaro vetro / la propria vista mia mi fece tale".
Il mito classico è rovesciato per esaltare la virtù dell'ignoto scultore: non è la Gorgone ad impietrire con lo sguardo i suoi nemici, ma è Medusa stessa che, cogliendo per fatale errore la sua immagine in uno specchio, sembra essersi trasformata in marmo.
Considerata dalla critica una delle opere più problematiche di Gian Lorenzo Bernini, fu probabilmente realizzata nei primi anni di pontificato di papa Innocenzo X Pamphilj, tra il 1644 e il 1648, quando l'artista fu allontanato dalla corte pontificia come creatura dei Barberini e la sua fama fu temporaneamente oscurata per lo smacco professionale subito a causa della demolizione del Campanile della Basilica di San Pietro (1646).
Il Busto di Medusa sembra rientrare nel novero di quelle sculture eseguite "per suo studio e gusto" (come sarà la Verità del 1646, rimasta nel suo studio e legata per testamento in perpetuo alla sua famiglia), frutto di una personale meditazione dell'artista sulle finalità della scultura e sulle virtù dello scultore (Lavin, 1998).
In questa opera, che non ha precedenti iconografici e iconologici nella sua originalissima interpretazione del mito, lo scultore riprende il tema del confronto tra scultura e poesia già sviluppato nei gruppi giovanili per il cardinale Scipione Borghese. Ma dopo Virgilio e Ovidio è la poesia del Marino che gli offre lo spunto per "autenticar coi fatti il suo valore" e sconfiggere nemici e detrattori in uno dei momenti più critici della sua carriera.
Medusa, con il volto di una bellezza classica e dai lineamenti morbidi, osserva in un immaginario specchio la sua immagine riflessa ed è colta nel momento in cui prende coscienza dell'atroce beffa e, materialmente davanti ai nostri occhi, le morbide carni trascolorano, le serpi guizzanti tra i capelli si paralizzano e la sua espressione di dolore e angoscia si fissa per sempre nel marmo.
Un'altra prova delle capacità di Bernini di cogliere nella scultura il climax di un'azione transitoria e la contraddittoria complessità di uno stato d'animo umano.
Ma il Busto di Medusa, nelle intenzioni dell'artista è anche una raffinata metafora barocca sul potere della scultura e sul valore dello scultore.
Come Medusa "dimostra la vittoria, che ha la ragione degli inimici contrarij alle virtù" (Cesare Ripa, Iconologia, 1603, 426), la Medusa di Bernini lascia letteralmente "impietriti" dallo stupore i suoi nemici e detrattori con la sua arma più affilata: la virtù del suo scalpello.
In un saggio rielaborato da Irving Lavin per il volume in corso di stampa dedicato al restauro appena concluso, lo studioso torna sull’argomento con inedite riflessioni e stabilisce un più stretto rapporto tra il Busto di Costanza Bonarelli, scolpito tra il 1636 e il 1638, e quello di Medusa, forse realizzato da Bernini come contrapposto morale del primo, entrambi comunque ideati come personalissima riflessione dell’artista ed entrambi successivamente donati o ceduti ad altri dall’autore.
In base a questa nuova ipotesi di lettura dell’opera la datazione del Busto di Medusa potrebbe essere lievemente anticipata alla fine degli Anni Trenta del Seicento.

A conclusione del restauro è stato pubblicato il volume: "Il Busto di Medusa di Gian Lorenzo Bernini. Studi e restauri", a cura di E. B. Di Gioia, Roma 2007, Campisano Editore.

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